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	<title>Archives des Umanitanova - RévLibertaire</title>
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	<title>Archives des Umanitanova - RévLibertaire</title>
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		<title>Fermiamo la propaganda di guerra, inceppiamo la macchina bellica, disertiamo gli eserciti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ReveilLibertaire]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2026 07:00:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; La propaganda militarista continua a crescere ogni giorno sia a livello nazionale che internazionale. Il messaggio delle istituzioni veicolato dai media è sempre più chiaro: dobbiamo prepararci alla guerra per difendere la nazione. L’aumento delle spese militari e delle missioni all’estero, il rafforzamento del potere [&#8230;]</p>
<p>L’article <a href="https://revlibertaire.unionlibertaireanarchiste.org/2026/10/14/fermiamo-la-propaganda-di-guerra-inceppiamo-la-macchina-bellica-disertiamo-gli-eserciti/">Fermiamo la propaganda di guerra, inceppiamo la macchina bellica, disertiamo gli eserciti</a> est apparu en premier sur <a href="https://revlibertaire.unionlibertaireanarchiste.org">RévLibertaire</a>.</p>
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<div>&#013; <span>La propaganda militarista continua a crescere ogni giorno sia a livello nazionale che internazionale.</span></p>
<p> <span>Il messaggio delle istituzioni veicolato dai media è sempre più chiaro: dobbiamo prepararci alla guerra per difendere la nazione. L’aumento delle spese militari e delle missioni all’estero, il rafforzamento del potere del complesso militare-industriale, la capillarità della penetrazione dell’esercito nelle scuole e nelle università, la sempre maggior presenza dei soldati nelle strade delle città sono tutti segnali chiari della direzione in cui si sta andando. </span></p>
<p><span>In questo quadro si inserisce la questione della reintroduzione della leva militare in vari paesi europei. Se in Germania questo processo è già in fase avanzata, nel nostro paese, per ora, il modello scelto è quello di un rafforzamento dell’arruolamento, aumentando la propaganda soprattutto negli istituti scolastici, preparando così il terreno per il futuro ad un’eventuale reintroduzione della leva militare.</span></p>
<p><span>In questo scenario è di vitale importanza continuare a praticare l’antimilitarismo in tutti gli ambiti sociali e in tutte le occasioni possibili.</span></p>
<p><span>Sosteniamo lo sciopero internazionale contro la guerra indetto dalla CIT Confederazione Internazionale dei lavoratori per il 30 ottobre e le manifestazioni del 31 ottobre. </span></p>
<p><span>Indichiamo nel 4 novembre, giornata delle forze armate e dell’unità nazionale, una data significativa per sviluppare iniziative sui vari territori.</span></p>
<p><span>Appoggiamo le mobilitazioni che si stanno sviluppando a livello studentesco e territoriale contro il reclutamento per l’esercito e contro ogni ipotesi di reintroduzione della leva.</span></p>
<p> </p>
<p><span>Federazione Anarchica Italiana</span></p>
<p><span>Convegno di Milano, 10-11 novembre 2026</span></p>
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<h4>&#013; Terzo Congresso CIT </h4>
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<h4>&#013; Milano viale Monza. 50 anni di vita della sede </h4>
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<h4>&#013; L’esperimento spagnolo. Le tante luci di un’epopea proletaria </h4>
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<p><em>Source: <a href="https://umanitanova.org/fermiamo-la-propaganda-di-guerra-inceppiamo-la-macchina-bellica-disertiamo-gli-eserciti/" target="_blank" rel="noopener">umanitanova</a></em></p>
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		<title>Terzo Congresso CIT</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ReveilLibertaire]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Oct 2026 07:00:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; In questo articolo userò il femminile come forma inclusiva, intendendo con esso tutte le persone, indipendentemente dal genere. Quando l’USI ha proposto alla CIT di fare un congresso straordinario, aveva ben chiaro in mente che vedersi, frequentarsi, dialogare in presenza, prendersi il tempo per decidere [&#8230;]</p>
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<div>&#013; <span><span>In questo articolo userò il femminile come forma inclusiva, intendendo con esso tutte le persone, indipendentemente dal genere. </span></span></p>
<p> <span><span>Quando l’USI ha proposto alla CIT di fare un congresso straordinario, aveva ben chiaro in mente che vedersi, frequentarsi, dialogare in presenza, prendersi il tempo per decidere guardandosi in faccia è indispensabile per continuare a camminare e lottare insieme. È la necessità di condividere che ci ha indotte a invitare tutte le sezioni della CIT a raggiungerci nella campagna emiliana e a popolare per tre giorni le Cucine del Popolo di Massenzatico con le voci di tante persone, ognuna nella sua lingua, ognuna con la sua cultura, ognuna determinata a proseguire un percorso comune iniziato otto anni fa. </span></span></p>
<p><span><span>La CIT ha risposto a questa esigenza con entusiasmo e si è spesa affinché il suo terzo Congresso costituisse una tappa importante di questo viaggio internazionalista, che si rinnova sempre, al passo con le vicende che condizionano la vita delle lavoratrici di tutto il mondo. È proprio in Italia che ci siamo radunate nel maggio del 2018, a Parma, e abbiamo dato vita alla Confederación Internacional del Trabajo. Quel primo Congresso è stato l’apice di un percorso di ripensamento e rifondazione delle nostre ambizioni internazionaliste, perché per alcune delle organizzazioni che compongono l’Internazionale anarcosindacalista l’uscita dall’AIT non poteva assolutamente costituire la rinuncia a impegnarsi insieme, a prescindere dalle frontiere; le altre sezioni che dell’AIT non avevano avuto esperienza hanno abbracciato il nostro progetto e ne hanno condiviso la costruzione. Da allora la CIT ha vissuto al fianco delle lavoratrici che ne fanno parte, sperimentando momenti di stasi e di rilancio, crescendo non solo nel numero di affiliate, ma soprattutto nella consapevolezza che insieme si possono superare le difficoltà e i propri limiti.</span></span></p>
<p><span><span>L’USI ha proposto alla CIT di riunirsi a Massenzatico in prossimità di alcuni cambiamenti e nell’evidenza di alcune criticità: si prospettava una nuova tappa, un momento di svolta necessario a cui dedicare energie speciali, pur nell’urgenza che un congresso straordinario comporta. </span></span></p>
<p><span><span>E così ci siamo riunite: la CNT spagnola, con una numerosa delegazione e la sua consueta grinta; la CNT francese, sempre combattiva; la FAU tedesca, con la sua concretezza; la FORA argentina, piccola e tenace, in un contesto difficilissimo; l’IP polacca, che sta sperimentando una crescita senza precedenti; l’IWW tutta intera (ovvero le amministrazioni regionali di NARA nord America e WISERA, che fa capo alla Regno Unito, con tanti satelliti in territori diversi), che è in tante parti del mondo e ovunque porta la sua storia; l’USI-CIT, che su questo settimanale non ha bisogno di presentazioni. A queste delegazioni si sono aggiunte, purtroppo a distanza, le referenti delle nuovissime sezioni della CIT: FGWM del Myanmar e la FOB del Brasile. Ci hanno accompagnato, inoltre, come osservatrici la SAC svedese, Solidaridad Obrera e Mujeres Libres dalla Spagna, il sindacato palestinese PPSWU. </span></span></p>
<p><span><span>Il luogo in cui il Congresso si è svolto, le Cucine del Popolo di Massenzatico (Reggio Emilia), ci ha accolto in modo perfetto, dandoci spazi di incontro formale e informale, nutrendoci nel rispetto di ogni scelta ed esigenza alimentare, rallegrando le nostre serate, ma in particolare con la cura di Fillo, costantemente e discretamente dedito a risolvere ogni minimo problema potesse sorgere. </span></span></p>
<p><span><span>Ma al terzo Congresso della CIT abbiamo soprattutto risposto col dialogo alle esigenze che oggi la Confederazione ha, un dialogo a volte deciso e forse anche aspro, ma sempre autentico e mai brutale, sapendoci compagne e coscienti dell’importanza di avanzare una accanto all’altra.</span></span></p>
<p><span><span>A otto anni dalla fondazione della CIT abbiamo capito che l’organizzazione che ci siamo date sulla carta non teneva conto di dinamiche, contesti e occasioni che potessero venire a crearsi, a causa di eventi esterni così come di specificità interne alle sezioni. Insomma, come spesso accade, non avevamo previsto tutto e abbiamo sentito il bisogno di riorientare la nostra capacità di coordinazione e di dotarci di strumenti operativi nuovi. Abbiamo definito con maggiore cura il ruolo e le pratiche del Comitato per le Relazioni, che dà seguito alle indicazioni fornite dai congressi e coordina le attività e le iniziative; abbiamo riformulato le dinamiche interne ai gruppi di lavoro, lasciandoli liberi di organizzarsi al meglio secondo le prerogative dei singoli membri che li compongono; abbiamo dato sostegno a una sezione della CIT che vive un periodo di difficoltà economica. Anche gli statuti, nel momento in cui si redigono, fotografano una realtà e una serie di valutazioni, ma l’uso quotidiano di questi documenti fondamentali evidenzia a lungo andare delle lacune e dei limiti a cui dare soluzione; tuttavia, l’impossibilità di alcune sezioni di prendere decisioni in merito –la preparazione di un congresso straordinario pecca del fenomeno dell’urgenza- ha fatto sì che si rimandassero le modifiche statutarie al prossimo congresso ordinario.</span></span></p>
<p><span><span>Non solo di organizzazione abbiamo discusso, com’è ovvio sempre, ma soprattutto ora, in un periodo in cui il mondo ci chiama a esporci, intervenire, concretizzare supporto alle lavoratrici che vivono una quotidianità drammatica: il congresso della CIT ha approvato una mozione a sostegno della popolazione palestinese che patisce il genocidio a opera di Israele e ha manifestato l’intenzione di creare contatti e iniziative insieme alle associazioni e alle realtà che operano in Palestina e Cisgiordania. Abbiamo anche ascoltato la narrazione e i progetti portati dall’osservatore del PPSWU, la cui presenza è stata per noi un’inestimabile occasione di confronto.</span></span></p>
<p><span><span>Durante l’intero congresso, nonostante i problemi tecnici che hanno reso difficile il collegamento con FGWM e FOB, siamo stati gioiosamente consapevoli che la presenza tra noi di queste due nuove organizzazioni sia un passo avanti nella nostra crescita e nella nostra capacità di lotta.</span></span></p>
<p><span><span>L’ultimo giorno l’abbiamo dedicato ai progetti futuri dell’Internazionale e non poteva mancare l’organizzazione di iniziative condivise per i giorni di mobilitazione antimilitarista, che proprio la CIT ha promosso a livello globale; in Italia abbiamo proclamato lo sciopero per il 30 ottobre e fatto appello a una giornata di manifestazioni per il 31. Le altre sezioni della CIT, ognuna con le proprie caratteristiche e nei limiti delle possibilità offerte dalla legislazione vigente nei loro paesi, daranno vita ad altrettante iniziative contro la guerra, il riarmo, l’economia di guerra e questa nuvola grigia sempre più tendente al nero che incombe sulle nostre teste e impone di reagire con forza e determinazione.</span></span></p>
<p><span><span>L’ultimo atto del congresso è stato l’avvicendarsi di USI e IP alla segreteria dell’Internazionale; la cosa mi riguarda personalmente ed è con ottimismo e sentimento di sorellanza che ho affidato la coordinazione del Comitato per le Relazioni a Jakub: gli auguro un periodo ricco di attività, consapevole dell’impegno che dovrà profondere, ma disponibile a stargli affianco e supportarlo, e con me tutte le referenti del Comitato.</span></span></p>
<p><span><span>Grazie alla CIT, alle sue sezioni, alle organizzazioni invitate, alle persone che hanno contribuito all’organizzazione di questo sororale e solidale incontro internazionale. </span></span></p>
<p><span><span>Viva la Rivoluzione! Viva la CIT!</span></span></p>
<p><strong><span><span>Anna Gussetti</span></span></strong></p>
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<h4>&#013; Fermiamo la propaganda di guerra, inceppiamo la macchina bellica, disertiamo gli eserciti </h4>
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<p><em>Source: <a href="https://umanitanova.org/terzo-congresso-cit/" target="_blank" rel="noopener">umanitanova</a></em></p>
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		<title>Milano viale Monza. 50 anni di vita della sede</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ReveilLibertaire]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2026 18:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Umanitanova]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; Domenica 27 settembre ci siamo ritrovati in sede per ricordare i suoi primi 50 anni di vita. Numerose le presenze, significativa la mostra di locandine e foto d’epoca, nutrito il programma. Dopo un intervento introduttivo che ha illustrato il senso della giornata – non un [&#8230;]</p>
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<div>&#013; <span>Domenica 27 settembre ci siamo ritrovati in sede per ricordare i suoi primi 50 anni di vita. </span></p>
<p> <span>Numerose le presenze, significativa la mostra di locandine e foto d’epoca, nutrito il programma. Dopo un intervento introduttivo che ha illustrato il senso della giornata – non un retorico ricordo del passato, ma uno sprone a guardare avanti e a misurarsi con gli ostacoli e le problematiche del presente – sono intervenuti Federica Ermacora, Lorenzo Pezzica e Alberto ‘Abo’ Di Monte. </span></p>
<p><span>Federica Ermacora ha presentato, insieme a Selva Varengo, il suo ultimo lavoro, <i>Contro-immaginari. Municipalismo libertario e femminismo comunitario</i>, edito da Quaderni di Paola, incentrato sul superamento dello Stato/nazione e sulle possibili alternative fondate sull’autogestione e sulla partecipazione attiva. Un intervento sostanzioso che ha preso in esame il comunalismo, il municipalismo libertario e l’esperienza della Comunità di comunità che tesse i territori in reti orizzontali e femministe suggerendo proposte concrete per scardinare le logiche di dominio e ripensare la giustizia sociale ed ecologica. </span></p>
<p><span>Dopo una breve pausa ha preso la parola Lorenzo Pezzica che ha parlato di un fatto che non è avvenuto, ma che avrebbe dovuto tenersi: le Olimpiadi Popolari di Barcellona del 19 luglio del 1936. Un evento poco conosciuto, sul quale esistono ancora pochi studi, organizzato in alternativa alle Olimpiadi di Berlino, vetrina del nazismo, e che vide l’arrivo nella città catalana di migliaia di atleti da tutto il mondo. Gli stessi atleti che, proprio il giorno dell’inaugurazione dei giochi, furono sorpresi dal golpe militare e dall’insurrezione popolare. Molti di loro scesero nelle strade al fianco del proletariato in armi, imbracciarono i fucili sulle barricate e alcuni entrarono nella Colonna Durruti. Un’occasione interessante di riflessione, quella sviluppata da Pezzica, anche sul ruolo degli storici nello studiare e nel tramandare gli avvenimenti. </span></p>
<p><span>Ha concluso gli interventi Alberto ‘Abo’ Di Monte che, con un ampio intervento, ha illustrato il lascito dell’Olimpiade <i>Impopolare</i> di Milano sia dal punto di vista economico, sia da quello ecologico e sociale, ricordando anche i morti sul lavoro nei cantieri. Sebbene manchino ancora dati certi, quello che appare evidente è l’incremento indefinito dei costi, che vanno a gravare sul pubblico, e l’incertezza sulla conclusione di opere ancora in fase di progettazione; il tutto in un quadro di gestione del territorio milanese che ha mostrato tutta la sua valenza speculativa, a scapito delle infrastrutture sociali (chiusura di spazi, liquidazione di occupazioni storiche, chiusura di molte librerie indipendenti, ecc.). </span></p>
<p><span>Dopo la squisita cena, organizzata da Antonio, e le due torte preparate da Rosaria – una per il 50° della sede e l’altra per il compleanno di Alessio – ha preso il via il concerto di Alessio Lega. Partendo dai canti dei Moti di Lunigiana, Alessio ha percorso il lungo filo dell’emigrazione italiana fino all’America degli IWW (Industrial Workers of the World) e ai canti di Joe Hill: un concerto che, nello stile di Alessio, fatto di parole, musica e canzoni, ci ha accompagnato lungo una storia ricca di lotte, sofferenze, vittorie e sconfitte, sempre con il pugno alzato e mai in ginocchio. Una bellissima conclusione per una giornata ricca di presenze, di stimoli, di suggestioni e, soprattutto, di relazioni. </span></p>
<p><span>—————————————— </span></p>
<p><span>Descrivere cos’è la sede della Federazione Anarchica Milanese e dell’Ateneo Libertario in viale Monza 255 significa, in qualche modo, parlare di una parte sostanziosa dell’anarchismo milanese dell’ultimo mezzo secolo. </span></p>
<p><span>Per farla breve – ma non tanto – la vita della nostra sede, e quindi della nostra attività attuale (e, si spera, futura) prende respiro da quel gruppo che affonda le proprie radici nei primi anni Settanta, con la costituzione di “Lotta Anarchica”, aderente alla Federazione Anarchica Italiana. Era il 1971 e il collettivo era inizialmente composto da compagne e compagni provenienti dal Gruppo Libertario del Politecnico e dal Movimento Anarcocomunista di Lambrate, che si ritrovavano inizialmente nella mitica Aula F della facoltà di Architettura. Costituito il gruppo, la sua sede divenne prima il Circolo Pinelli di Via Scaldasole, poi uno scantinato in via Mamiani a Crescenzago. Quando, nel 1974, al gruppo venne affidata dal congresso della FAI la redazione di Umanità Nova, esso si trasferì nei locali di via Fratelli Bozzi 29 a San Siro. Alla fine dello stesso anno si costituì, su iniziativa del gruppo, l’Organizzazione Lotta Anarchica (OLA), nata dalla convergenza di gruppi e nuclei operanti nel milanese e strutturata in collettivi di intervento (fabbrica, scuola, territorio, donne). Con una novantina di compagn* attivi e una distribuzione settimanale in città e nell’hinterland di 1200 copie di Umanità Nova, l’OLA rappresentò una presenza significativa dell’anarchismo organizzato in una fase sociale particolarmente conflittuale. </span></p>
<p><span>Ricordo in particolare i presidi e le occupazioni in occasione delle mobilitazioni contro la pena di morte di Salvador Puig Antich e quella dei Murray in Irlanda; la grande campagna per la verità sulla strage di Stato e sull’assassinio di Pinelli; quella a sostegno dell’anarchismo spagnolo e portoghese e della resistenza cilena; la partecipazione alle lotte studentesche e operaie e a quella contro il nucleare. </span></p>
<p><span>Nel 1976, nell’ambito di una campagna nazionale – attivata dal Circolo Berneri di Bologna – volta a recuperare le sedi anarchiche distrutte o chiuse dal fascismo, ottenemmo in affitto dal Comune una parte di una palazzina in precarie condizioni: l’ex scuola elementare di Precotto, risalente all’inizio del Novecento, in viale Monza 255, insieme ad altre realtà anarchiche (le edizioni Antistato e il gruppo Bandiera Nera dei Gruppi Anarchici Federati, ai quali poi subentrò il Circolo Ponte della Ghisolfa). Risanammo la parte dell’edificio che ci competeva, rendendola agibile e ricavando, grazie all’abbattimento di alcune pareti divisorie, un salone che dedicammo a Pino Pinelli. </span></p>
<p><span>In seguito alle trasformazioni sociali e politiche seguite alla sconfitta e alla repressione del movimento del ’77, che incisero profondamente sulla stessa militanza, l’OLA si trasformò in un insieme federale territoriale, assumendo nel 1978 il nome di Federazione Milanese della FAI (a volte abbreviato in Federazione Anarchica Milanese). La Federazione è tuttora operante a livello territoriale, con presidi e manifestazioni, e porta avanti una ben definita proposta e pratica sociale a carattere autogestionario. </span></p>
<p><span>Alla fine degli anni Novanta, esattamente nel 1997, dopo aver occupato un’altra parte dello stabile, i sopravvissuti al malefico decennio ’80-’90 hanno dato vita – insieme all’Archivio Proletario Internazionale, ricco di migliaia di volumi, manifesti, riviste, giornali, volantini e altro materiale – all’“Ateneo Libertario”, con l’intenzione esplicita di riprendere e rinnovare la tradizione degli Atenei spagnoli: spazi e organismi presenti soprattutto in Catalogna fin dall’epoca della rivoluzione industriale, quando una parte della classe operaia, ispirandosi alle idee anarchiche, iniziò a inaugurare e animare questi luoghi con l’intento di offrire occasioni di apprendimento, dibattito, cultura e divertimento. </span></p>
<p><span>Da allora, nello stesso spirito e aperti alla collaborazione di quant* vogliono confrontarsi e impegnarsi con noi, svolgiamo le nostre iniziative politiche e culturali, oltre a organizzare e partecipare a presidi e manifestazioni, teniamo conferenze e assemblee su argomenti di attualità, presentiamo libri, ospitiamo rappresentazioni teatrali e concerti, allestiamo mostre tematiche e indiciamo momenti di socialità, con feste e cene.</span></p>
<p><strong><span>M.V.</span></strong></p>
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<h4>&#013; Fermiamo la propaganda di guerra, inceppiamo la macchina bellica, disertiamo gli eserciti </h4>
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<p><em>Source: <a href="https://umanitanova.org/milano-viale-monza-50-anni-di-vita-della-sede/" target="_blank" rel="noopener">umanitanova</a></em></p>
<p>L’article <a href="https://revlibertaire.unionlibertaireanarchiste.org/2026/10/08/milano-viale-monza-50-anni-di-vita-della-sede/">Milano viale Monza. 50 anni di vita della sede</a> est apparu en premier sur <a href="https://revlibertaire.unionlibertaireanarchiste.org">RévLibertaire</a>.</p>
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		<title>L’esperimento spagnolo. Le tante luci di un’epopea proletaria</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Oct 2026 14:00:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La Rivoluzione Spagnola è stato l’esperimento più avanzato nel superamento della società basata sulla proprietà privata e sul dominio del governo. Questa rivoluzione è stata soffocata dalle truppe nazionaliste guidate dal generale Francisco Franco il 1° marzo del 1939. I nazionalisti erano sostenuti da una coalizione internazionale di governi imperialisti guidata dal Regno Unito e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Arial, sans-serif">La Rivoluzione Spagnola è stato l’esperimento più avanzato nel superamento della società basata sulla proprietà privata e sul dominio del governo. Questa rivoluzione è stata soffocata dalle truppe nazionaliste guidate dal generale Francisco Franco il 1° marzo del 1939. I nazionalisti erano sostenuti da una coalizione internazionale di governi imperialisti guidata dal Regno Unito e dalla Francia, che ha appoggiato l’intervento militare della Germania e soprattutto dell’Italia.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif">Questa coalizione internazionale si è tradotta in un’interpretazione storica che ha condannato senza appello l’esperienza rivoluzionaria spagnola. Una condanna su cui concordano, sia pure con motivazioni diverse, gli storici reazionari, quelli liberali e quelli marxisti delle varie scuole. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif">L’esperimento rivoluzionario spagnolo, fin da quando era in corso, attirò su di sé le critiche delle componenti interclassiste, antiorganizzatrici e individualiste del movimento anarchico, critiche che spesso hanno messo in secondo piano il valore di quella esperienza.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif">Scopo di questo articolo è mettere in evidenza le conquiste del proletariato spagnolo, al di là degli errori e delle carenze che non inficiano i risultati raggiunti, e l’utilità degli insegnamenti provenienti dai settantasei anni di lotte che precedettero il 19 luglio 1936 per il proletariato di tutti i paesi, in marcia verso la rivoluzione sociale.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif">Mi limiterò ad alcune considerazioni. La prima, e la più importante, è che il modello organizzativo del proletariato spagnolo, basato su un’organizzazione politica anarchica e su un’organizzazione di massa autonoma da ogni partito e tendenzialmente unitaria, tanto che al suo interno convivevano diverse tendenze oltre a quella anarchica, ha sconfitto per tre volte il fascismo. La prima volta quando pose fine alla pratica del pistolerismo, cioè all’assassinio sistematico degli attivisti sindacali e dei militanti anarchici da parte di gangster assoldati dai capitalisti. Sotto i colpi dei pistoleros cadde anche Salvador Seguì, segretario della CNT (Confederación Nacional del Trabajo): Fu allora che esponenti del movimento anarchico e sindacale decisero di rispondere eliminando il capo della reazione antiproletaria, il cardinale Juan Soldevilla y Romero, arcivescovo di Saragozza. Un atto che seppe fermare la pratica del pistolerismo.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif">La seconda volta quando nel 1929 il dittatore Miguel Primo de Rivera fu costretto alle dimissioni e l’anno dopo cadde la monarchia. La terza volta quando il colpo di Stato dei generali contro la repubblica e il governo di fronte popolare, iniziato il 17 luglio 1936, fu sconfitto in gran parte della Spagna dalla pronta reazione popolare ispirata dalla Federacion Anarquista Iberica. Nel dibattito storico è stata spesso sottovalutata questa reazione: è stato sostenuto che, dal punto di vista militare, il colpo di stato sia stato sconfitto dallo schierarsi di alcune unità delle forze armate con il governo legittimo. Ritengo che proprio questo conferma l’importanza della reazione popolare, che ha creato il clima politico in cui i militari fedeli alla repubblica hanno potuto schierarsi con il movimento proletario.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif">Questa riflessione è tanto più importante se si pensa che negli stessi anni il fascismo si andava affermando, dopo l’Italia, in altri stati europei dove era presente un movimento operaio organizzato egemonizzato dalle componenti autoritarie come i partiti socialdemocratici e stalinisti. Le consecutive sconfitte del movimento operaio tedesco (1914 entrata in guerra della Germania, 1919 sconfitta della rivoluzione dei consigli, 1933 nomina di Adolf Hitler cancelliere del Reich) dimostrano l’incapacità dell’organizzazione autoritaria e burocratica di resistere alla reazione.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif">Un luogo comune, condiviso anche in ambito anarchico, è che lo stalinismo abbia sconfitto la rivoluzione libertaria in Spagna, provocandone la fine. In realtà lo stalinismo ha subito in Spagna una sconfitta da cui si sarebbe ripreso solo con la guerra mondiale.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif">Negli ultimi mesi del 1936 l’Unione Sovietica inviò ingenti aiuti alla Repubblica spagnola; questo ebbe dei contraccolpi nella situazione interna aumentando il peso del Partito Comunista, che assorbì le scarse forze socialiste in Catalogna dando vita al Partito Socialista Unificato della Catalogna, al tempo stesso estese la sua influenza sulla gioventù socialista, che si unì a quella comunista. Il partito comunista divenne il punto di riferimento della borghesia e di quanti volevano porre fine alle collettivizzazioni e alle esperienze autogestionarie nelle campagne e nelle fabbriche. Uno dei cavalli di battaglia degli stalinisti, frutto del loro schematismo marxista oltre che della politica interclassista di Stalin, era la situazione in Aragona, descritta come una regione terrorizzata dalla dittatura anarchica. Non si riusciva a capire come una regione abitata soprattutto da contadini piccoli proprietari e dove la penetrazione dell’anarchismo era minima avesse potuto dar vita ad una miriade di collettività agricole, se non con la violenza delle milizie confederali provenienti da Barcellona. Nel maggio del 1937 si svolsero quindi una serie di attacchi sia a Barcellona che in Aragona, che danno l’impressione di un piano preordinato volto a tener bloccato a Barcellona il grosso delle forze rivoluzionarie, mentre le forze dell’esercito regolare, guidate dallo stalinista Lister, provvedevano a sciogliere il consiglio di difesa dell’Aragona e a distruggere le collettività. I contadini, liberati dal “comunismo di guerra” imposto dagli anarchici, avrebbero cessato di approvvigionare la ribelle Barcellona, che sarebbe stata costretta ad allinearsi alla disciplina moscovita. Il successo militare del piano, accompagnato dall’imprigionamento e dall’assassinio di tanti militanti rivoluzionari, fra cui Camillo Berneri e Francesco Barbieri, si tradusse in una sconfitta politica: una volta tornate al fronte le truppe di Lister, le collettività si formarono di nuovo, tanto che Barcellona continuò ad essere rifornita dall’Aragona. Questo segnò la sorte della Repubblica, perché le potenze imperialiste si convinsero che solo le truppe nazionaliste, con la loro ferocia, avrebbero posto fine all’esperimento rivoluzionario, e che lo stalinismo non era in grado di controllare il movimento operaio occidentale, e preferirono allearsi con i governi fascisti, arrivando a regalare loro la Cecoslovacchia, in cambio del sostegno militare a Franco.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif">È bene ricordare, infine, che le uniche vittorie militari della Repubblica sono state ottenute grazie all’azione del movimento anarchico e delle milizie confederali: la sconfitta del colpo di stato, nei giorni immediatamente seguenti il 17 luglio, la liberazione dell’Aragona grazie alle milizie confederali, la liberazione di Teruel, nel dicembre del 1937, compiuta dalle divisioni dell’Esercito popolare eredi delle milizie confederali. La leggenda secondo cui l’indisciplina degli anarchici avrebbe provocato la sconfitta della Repubblica è quindi priva di fondamento. È stata piuttosto l’insipienza dei militari di professione, assieme ai tradimenti degli stalinisti, a provocare il crollo del sostegno alla Repubblica.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif">L’esperimento spagnolo è quindi un punto di riferimento del movimento di emancipazione in tutto il mondo. Questo è vero, oltre che dal punto di vista storico, anche dal punto di vista concreto: basti pensare agli esuli spagnoli nel Nord Africa che collaborarono con la lotta di liberazione algerina dal dominio francese, o all’esperienza di Cuba. I fratelli Castro, esuli in Messico dopo il fallito assalto alla Caserma Moncada a Santiago di Cuba, si rifugiarono in Messico dove strinsero rapporti con le organizzazioni degli esuli spagnoli, da cui ebbero aiuti in materiali ed uomini, per organizzare la successiva spedizione del “Granma”, che diede il via alla liberazione di Cuba dalla dittatura di Batista.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif">Come si dice che la Comune di Parigi rappresenta la forma finalmente scoperta dell’organizzazione sociale che sostituirà la società basata sul dominio politico ed economico, così si può dire che l’esperimento spagnolo ci indica la strategia che, attraverso la sconfitta del fascismo, porta alla rivoluzione sociale. Una strategia basata sull’organizzazione autonoma delle classi sfruttate; autonoma dalle influenze borghesi ma anche dai partiti che la vogliono usare per andare al governo. E all’interno di questa l’organizzazione rivoluzionaria anarchica che opera per diffondere l’ideale dell’avvenire nei settori più combattivi del proletariato.</span></p>
<p><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif">Tiziano Antonelli</span></strong></p>
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		<title>Una casa per la FAT. Ci sfrattano? Noi scommettiamo sulla solidarietà anarchica</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Oct 2026 12:00:18 +0000</pubDate>
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<div>&#013; <span><span>Il padrone dei locali di corso Palermo 46 a Torino ci ha inviato lo sfratto. </span></span><span><span>Ci voleva triplicare l’affitto. Non possiamo e non vogliamo accettare il ricatto. </span></span><span><span>Abbiamo trasformato uno scantinato umido in un luogo dove ci siamo organizzati per le lotte, dove si sono svolti dibattiti e assemblee, presentazioni di libri, serigrafia, convivialità libera dove ciascuno dà quello che può fuori dalla logica feroce del profitto. La logica che domina il mondo intollerabile in cui siamo forzati a vivere. </span></span><span><span>Per noi la sede di corso Palermo è un luogo del cuore, ma non ci piegheremo a quest’estorsione. </span></span><span><span>È tempo di costruire una casa ancora più bella per dare spazio e slancio alle nostre iniziative. </span></span><span><span>Perché in questi tempi feroci costruire ambiti senza padri, padroni, gerarchie, segnala la brezza che annuncia il presente e il futuro che vogliamo. </span></span><span><span>Grazie ai contributi dei compagni sinora abbiamo raccolto diecimila euro. </span></span><span><span>Siamo lontani dalla cifra che ci serve, ma siamo certi di poter contare sulla vostra solidarietà.</span></span></p>
<p> <span><span>Chi vuole contribuire spedisca qui il proprio contributo: </span></span><span><span>IBAN IT04 I010 0501 0070 0000 0003 862 </span></span><span><span>intestato a Emilio Penna</span></span></p>
<p><span><span>Vogliamo tornare a rivedere le stelle…</span></span></p>
<p><strong><span><span>Le compagne e i compagni della Federazione Anarchica Torinese</span></span></strong></p>
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<p><em>Source: <a href="https://umanitanova.org/una-casa-per-la-fat-ci-sfrattano-noi-scommettiamo-sulla-solidarieta-anarchica/" target="_blank" rel="noopener">umanitanova</a></em></p>
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		<title>Istigazione alla cura. La medicina sotto l’attacco razzista del governo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ReveilLibertaire]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2026 09:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Umanitanova]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; Con questo articolo le Collettive Brigate Basaglia mostrano la totale solidarietà a colleghi, colleghe e altre persone indagate per aver fatto quello che dovrebbe essere il gesto più semplice e naturale della medicina: guardare una persona prima ancora del suo documento, ascoltare una sofferenza prima [&#8230;]</p>
<p>L’article <a href="https://revlibertaire.unionlibertaireanarchiste.org/2026/10/08/istigazione-alla-cura-la-medicina-sotto-lattacco-razzista-del-governo/">Istigazione alla cura. La medicina sotto l’attacco razzista del governo</a> est apparu en premier sur <a href="https://revlibertaire.unionlibertaireanarchiste.org">RévLibertaire</a>.</p>
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<p align="JUSTIFY"><span><span><span lang="it-IT">Con questo articolo le Collettive Brigate Basaglia mostrano la totale solidarietà a colleghi, colleghe e altre persone indagate per aver fatto quello che dovrebbe essere il gesto più semplice e naturale della medicina: guardare una persona prima ancora del suo documento, ascoltare una sofferenza prima ancora della sua posizione amministrativa, riconoscere un essere umano prima ancora di una categoria giuridica. Già, proprio così: </span></span></span><span><span><span lang="it-IT">la Procura di Ravenna ha indagato di recente oltre 20 professionisti sanitari in tutta Italia (circa 23-24 medici) con l’accusa di aver emesso </span></span></span><strong><span><span><span><span lang="it-IT"><b>falsi certificati di non idoneità</b></span></span></span></span></strong><span><span><span lang="it-IT"> per impedire il trattenimento di migranti irregolari nei </span></span></span><strong><span><span><span><span lang="it-IT"><b>CPR </b></span></span></span></span></strong><span><span><span lang="it-IT">(Centro di Permanenza per il Rimpatrio)</span></span></span><strong><span><span><span><span lang="it-IT"><b>.</b></span></span></span></span></strong></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span><span>Forse mancava solo questo. Dopo il reato di solidarietà, dopo il reato di soccorso in mare, o a chi attraversa un confine senza il permesso o senza un conto in banca abbastanza consistente, arriva finalmente il nuovo grande pericolo per l’ordine pubblico italiano: l’istigazione alla cura! </span></span><span><span>Perché se il personale medico osa fare quello per cui dovrebbe esistere la medicina — guardare una persona, ascoltare la sua sofferenza, valutare la sua vulnerabilità — allora forse, qualcosa nella macchina istituzionale “democratica” si è inceppato.. </span></span><span><span>Ma forse la questione più profonda non riguarda soltanto i CPR, il personale medico o un singolo procedimento giudiziario. La questione riguarda un problema ancora più grande, l’esistenza stessa di strutture amministrative o detentive costruite attorno all’assurda idea che alcuni esseri umani possano trovarsi fuori posto (soprattutto se poveri). </span></span><span><span>Ma fuori posto rispetto a cosa? Rispetto a una linea tracciata su una mappa da quattro burocrati. Rispetto a un confine deciso nella storia. Rispetto a un documento che stabilisce chi può muoversi liberamente (soprattutto se pieno di soldi) e chi invece deve dimostrare continuamente di avere il diritto di stare da qualche parte. La guerra ai migranti poveri agita dai governi ad ogni latitudine è realtà anche per la “democrazia europea”, non un errore di percorso!</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span><span>Il problema non è soltanto il modo disumano con cui questi lager, definiti strutture “amministrative”, vengono gestiti e su cui abbiamo già detto abbastanza. Il problema è proprio il principio stesso secondo cui un essere umano possa diventare irregolare, invisibile, sospeso, semplicemente perché nato dall’altra parte di una frontiera, o perché “povero”, o perché non bianco abbastanza, o non cristiano abbastanza. </span></span><span><span>Prima ancora dei CPR esiste questa maledetta dottrina: quella secondo cui il mondo sia diviso in territori appartenenti a Stati-nazione e che dentro questi territori alcune persone siano considerate legittime e altre temporaneamente tollerate, controllabili, espellibili. </span></span><span><span>È proprio dentro questa logica disumana che nasce la contraddizione più profonda, dove la medicina viene chiamata a certificare non la salute, ma la capacità di una persona di sopportare una condizione che può danneggiare la salute. Infatti, come viene affermato ampiamente anche dalla rete “Mai più lager- NO ai CPR”, di cui fanno parte alcuni dei medici accusati, è riconosciuta ormai la patogenicità, ovvero la capacità di questi centri di detenzione, di creare malattie e danni. La sola permanenza in un CPR, a causa delle condizioni profondamente dannose documentate e testimoniate, può portare infatti a gravi compromissioni della salute. Ciò è tristemente ironico, se si pensa che per definizione legislativa, in questi centri “lo straniero deve essere trattenuto con modalità tali da assicurare la necessaria assistenza ed il pieno rispetto della sua dignità”.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span><span>Ormai non è più sufficiente che una persona venga privata della libertà dentro un CPR. Non è più sufficiente che il suo corpo venga inserito dentro un dispositivo amministrativo costruito per rendere possibile l’espulsione. Ora quel corpo deve anche essere dichiarato compatibile con quella condizione assurda e disumana, la repressione chiama dunque la medicina ad essere collaborazionista di tutto ciò. </span></span><span><span>E qui emerge il paradosso. La medicina dovrebbe porsi una semplicissima domanda clinica: di cosa ha bisogno questa persona per stare meglio? </span></span><span><span>E invece non basta! In questi contesti la stessa medicina è chiamata anche a porsi ulteriori domande, domande di natura politica: questa persona può essere ficcata dentro l’ingranaggio disumano che lo Stato centrale ha deciso per lei senza che crei troppi problemi?; la possiamo rendere invisibile e farla morire dentro la democrazia istituzionale della fortezza Europa senza che alzi troppa polvere, e anzi, raccattando pure qualche voto sul suo corpo?</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span><span>La recente vicenda, che vede altri clinici indagati su tutta Italia (che si aggiungono a quelli di Ravenna di inizio anno) per aver certificato la non idoneità di alcune persone migranti destinate ai CPR, non riguarda soltanto un procedimento giudiziario. Riguarda bensì una questione molto più ampia: quale ruolo viene assegnato alla medicina dentro una società che si definisce democratica? </span></span><span><span>Il medico deve essere un garante della persona oppure un ingranaggio amministrativo incaricato di rendere funzionale un sistema di detenzione? </span></span><span><span>Dati ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno più volte evidenziato come la detenzione amministrativa delle persone migranti rappresenti un fattore di rischio per la salute mentale e fisica, soprattutto quando si combina con isolamento, incertezza sul futuro, esperienze traumatiche precedenti e condizioni ambientali difficili. </span></span><span><span>La medicina non può essere chiamata soltanto a verificare se un corpo sia abbastanza resistente da sopportare una condizione patologica. Altrimenti il medico non cura più il danno: certifica la capacità del corpo di subirlo. </span></span><span><span>Ed è proprio qui che il problema diventa politico. Perché se un luogo è fonte di sofferenza, la risposta sanitaria non dovrebbe essere aumentare la capacità delle persone di resistere dentro quel luogo. La risposta sanitaria dovrebbe interrogarsi sull’esistenza stessa di quel luogo. </span></span><span><span>I CPR non sono ospedali. Non sono strutture terapeutiche. Sono luoghi di privazione della libertà. La loro particolarità è proprio questa: una persona può essere privata della libertà senza aver commesso un reato penale, ma perché si trova in una condizione amministrativa considerata irregolare. Eppure, il corpo umano non distingue tra una cella chiamata carcere e una stanza chiusa chiamata centro di permanenza. Il corpo conosce soltanto l’esperienza concreta, cioè il maledetto isolamento da tutti e da tutto, la perdita di controllo sulla propria vita, l’impossibilità di scegliere, la paura dell’espulsione, la sospensione del futuro. </span></span><span><span>Negli anni sono emersi numerosi episodi di autolesionismo, tentativi suicidari e suicidi compiuti all’interno dei CPR. Il caso di Ousmane Sylla, morto suicida nel CPR di Ponte Galeria nel 2024, è diventato uno dei simboli delle criticità legate alla salute mentale nei centri. Non è un dettaglio marginale. </span></span><span><span> In medicina detentiva, il gesto autolesivo non è semplicemente un comportamento individuale, ma spesso rappresenta un chiaro segnale comunicativo di un contesto che sta producendo sofferenza. Quando molte, tantissime persone, dentro lo stesso ambiente manifestano disperazione, la questione non ha alibi, e non può essere ancora e soltanto sul “come controllare queste persone”. La questione dovrebbe essere: che cosa sta facendo questo ambiente alle persone che vi vengono inserite? </span></span><span><span>Un altro elemento inquietante riguarda il fiume di psicofarmaci dentro i CPR. Diverse relazioni e osservazioni indipendenti hanno segnalato nei CPR un utilizzo significativo di farmaci sedativi e psicofarmaci. Naturalmente, ogni trattamento farmacologico dovrebbe essere valutato caso per caso e può rendersi effettivamente necessario, se in presenza di specifiche condizioni cliniche. </span></span><span><span>Ma esiste una questione più generale: quando una persona soffre perché è inserita in un ambiente che produce angoscia, paura e perdita di controllo, la risposta è sedare la persona, oppure modificare tutto l’ambiente che genera quella sofferenza? </span></span><span><span>La storia della psichiatria ci ha insegnato proprio questo: per decenni abbiamo chiamato “malattia individuale” ciò che spesso era anche e soprattutto prodotto di istituzioni, rapporti sociali e condizioni di vita disumane e opprimenti. </span></span><span><span>Basaglia lo aveva mostrato con chiarezza. Il problema non era soltanto la sofferenza mentale, ma il modo in cui una società decideva di organizzare la risposta a quella sofferenza. </span></span><span><span>La questione dei medici dei CPR è quindi una questione deontologica, prima ancora che giudiziaria. Il medico non è chiamato a certificare che un sistema funzioni, è chiamato a valutare una persona. La differenza sembra piccola, ma cambia tutto. Quando la logica amministrativa diventa dominante, il rischio è che la salute venga trasformata in un semplice requisito tecnico: un timbro necessario affinché una procedura burocratica possa continuare.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span><span>Ma la medicina non dovrebbe essere una pratica di adattamento dei corpi alle maledette esigenze delle istituzioni. La medicina dovrebbe ricordare alle istituzioni che esistono limiti che nessuna procedura amministrativa può cancellare. La medicina non è mai stata neutrale, lo sappiamo. Nel corso della Storia è diventata più volte strumento di classificazione, esclusione, controllo e violenza, soprattutto verso categorie oppresse socialmente, come donne e persone razzializzate. Al contrario, ci sono stati momenti in cui invece ha scelto la parte della persona contro l’apparato. </span></span><span><span>Medici che durante il fascismo falsificarono documenti per salvare vite. Medici che denunciarono la violenza dei manicomi. Operatori sanitari che durante il G8 di Genova curarono persone colpite durante le proteste, a prescindere da qualsiasi altra valutazione, proprio perché nella deontologia medica è da sempre presente il diritto alla cura della persona, chiunque essa sia. </span></span><span><span>Forse un giorno il problema non sarà ricordato come “il caso dei medici che ostacolavano i CPR”. Forse verrà ricordato come il momento in cui una società ha dovuto scegliere se la medicina dovesse servire i corpi, oppure i dispositivi europei “democratici e attenti ai diritti umani” costruiti per governare i corpi. </span></span><span><span>Ed è qui che sta il paradosso. In un sistema in cui la sofferenza viene amministrata e somministrati, chi prova a curarla rischia di diventare il problema. E allora sì, forse arriverà davvero il giorno in cui dovremo difenderci dal nuovo reato di istigazione alla cura. Anzi, è già arrivato. </span></span><span><span>La colpa? Aver continuato a vedere esseri umani dove altri vedevano pratiche da smaltire. Ma la nostra sopportazione finisce qui!</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span><span>Siamo stanc* di assistere all’ennesimo abuso di logiche autoritarie dentro strutture che si definiscono democratiche, ma che continuano a permettere e a promuovere forme di violenza, controllo e oppressione sulle persone più vulnerabili. </span></span><span><span>E allora la cura, da sola, non basta! Curare non può significare soltanto intervenire sul dolore quando il dolore è già stato prodotto. Curare significa anche riconoscere insieme ciò che quel dolore lo genera, nominarlo, contrastarlo, costruire legami capaci di impedire che venga continuamente riprodotto. Per questo la cura deve diventare azione collettiva. </span></span><span><span><span lang="it-IT">Oggi non basta più al personale medico dire </span></span></span><span><span><span lang="it-IT"><i>“e mi no firmo”</i></span></span></span><span><span><span lang="it-IT"> come disse Basaglia in occasione del suo </span></span></span><strong><span><span><span><span lang="it-IT"><b>primo giorno come direttore del manicomio di Gorizia nel 1961.</b></span></span></span></span></strong><span><span><span lang="it-IT"> La responsabilità non può essere lasciata al singolo medico/a che si trova davanti a un certificato da firmare. Se il problema è strutturale, anche la risposta deve esserlo. </span></span></span><span><span>Chiediamo a tutte le cliniche e a tutti i clinici, alle attiviste e agli attivisti e a chiunque continui a credere nella dignità umana, di rompere queste gabbie burocratiche nel modo che ritiene più giusto. </span></span><span><span>Mettiamo bombe di cura dappertutto. Bombe che non esplodono, ma che aprono crepe nei muri dell’indifferenza. Bombe fatte di solidarietà, presenza, mutuo aiuto, disobbedienza professionale e responsabilità condivisa. Bombe che bruciano simbolicamente i documenti inutili, quelle categorie e quelle procedure che non proteggono le persone, ma servono soltanto a separarle, classificarle, renderle espellibili e meno umane. Bombe che facciano saltare in aria simbolicamente quelle catene burocratiche che servono soltanto a creare confini artificiali tra gli esseri umani. </span></span><span><span>Non dobbiamo distruggere nulla, se non l’idea, propinata dalle istituzioni, che una persona possa essere considerata meno umana di qualcun’altra. </span></span><span><span>Ciò che dovrebbe esplodere è l’amore che abbiamo dentro di noi, che ci permetta di riconoscere nell’altra persona non un problema amministrativo, ma una vita, un cuore che ama, e che invece si sta spegnendo dentro una cella a due passi da casa nostra.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span><span>La cura non è soltanto ciò che accade tra un professionista e una persona. La cura accade anche quando una comunità decide che nessuno debba essere lasciato solo davanti al potere oppressivo. Accade quando un medico rifiuta di firmare ciò che ritiene ingiusto e altri medici gli stanno accanto. Accade quando un’attivista denuncia un abuso e altre persone fanno in modo che quella denuncia non venga soffocata. Accade quando trasformiamo la solidarietà da sentimento privato a pratica organizzata. </span></span><span><span>Non dobbiamo far esplodere nulla, se non il silenzio opprimente, la rinuncia devastante che ci circonda e ci uccide da dentro. </span></span><span><span>Quello che deve esplodere è la capacità collettiva di prenderci cura gli uni degli altri. Perché, quando la cura diventa collettiva, smette di essere soltanto assistenza e diventa resistenza e quando quest’ultima pulsa, vibrante di un diffuso sentimento di libertà, diventa rivoluzione! </span></span><span><span>Non lasciamo che queste parole finiscano solo su questa carta! </span></span><span><span>Scriviamo lettere ai nostri ordini professionali, se questo è lo strumento che abbiamo a disposizione. Scriviamo su milioni di altri fogli, scriviamo sul corpo, sui muri, sulle strade, sulle porte e sui portoni! Facciamo sentire la nostra voce, gridiamo, ma gridiamo forte! Facciamo uscire il dolore, facciamo uscire l’umanità repressa dalla burocrazia delle istituzioni totalitarie. Organizziamoci nei luoghi di lavoro. Costruiamo reti tra professionisti e amici. Rendiamo pubbliche le contraddizioni. Sosteniamo chi si espone. Non lasciamo solu chi rifiuta di trasformare la propria professione in un ingranaggio amministrativo. Ma facciamolo con il cuore e con la calma rabbia! Non siamo sole! Solidarietà.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><strong><span><span>Brigate Basaglia</span></span></strong></p>
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<h4>&#013; Fermiamo la propaganda di guerra, inceppiamo la macchina bellica, disertiamo gli eserciti </h4>
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<h4>&#013; Milano viale Monza. 50 anni di vita della sede </h4>
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<p><em>Source: <a href="https://umanitanova.org/istigazione-alla-cura-la-medicina-sotto-lattacco-razzista-del-governo/" target="_blank" rel="noopener">umanitanova</a></em></p>
<p>L’article <a href="https://revlibertaire.unionlibertaireanarchiste.org/2026/10/08/istigazione-alla-cura-la-medicina-sotto-lattacco-razzista-del-governo/">Istigazione alla cura. La medicina sotto l’attacco razzista del governo</a> est apparu en premier sur <a href="https://revlibertaire.unionlibertaireanarchiste.org">RévLibertaire</a>.</p>
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		<title>Un mese all’inferno. Autistici/Inventati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ReveilLibertaire]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 17:00:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; Abbiamo già raccontato quanto è accaduto a partire dal 26 agosto scorso al Collettivo Autistici/Inventati (vedi UN n.24 e n.25) e in questo articolo aggiorniamo agli ultimi sviluppi quella storia. In seguito allo spegnimento dei server gestiti da A/I si è verificata una cosa facilmente [&#8230;]</p>
<p>L’article <a href="https://revlibertaire.unionlibertaireanarchiste.org/2026/10/07/un-mese-allinferno-autistici-inventati/">Un mese all’inferno. Autistici/Inventati</a> est apparu en premier sur <a href="https://revlibertaire.unionlibertaireanarchiste.org">RévLibertaire</a>.</p>
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<div>&#013; <span><span>Abbiamo già raccontato quanto è accaduto a partire dal 26 agosto scorso al Collettivo Autistici/Inventati (vedi UN <a href="https://umanitanova.org/attacco-ad-autistici-inventati-un-pugno-di-ribelli-contro-limpero/">n.24</a> e <a href="https://umanitanova.org/che-mille-piattaforme-autogestite-sboccino-chiusura-di-autistici-inventati-fare-un-passo-in-piu/">n.25</a>) e in questo articolo aggiorniamo agli ultimi sviluppi quella storia.</span></span></p>
<p> <span><span>In seguito allo spegnimento dei server gestiti da A/I si è verificata una cosa facilmente prevedibile: migliaia di compagn* in Italia e in tutto il mondo hanno dovuto cercarsi un nuovo indirizzo di posta elettronica che avesse almeno qualcuna delle caratteristiche offerte da quelli che avevano usato fino al 18 settembre. I pochi server gestiti da gruppi di attivist* sono stati presi d’assalto dalle richieste e molt* hanno dovuto ripiegare su e-mail gestite da servizi commerciali che promettono una comunicazione elettronica più sicura.</span></span></p>
<p><span><span>Il vuoto più grande e meno colmabile è stata la chiusura della piattaforma noblogs.org che da venti anni permetteva la creazione e la gestione di siti a singole persone, collettivi, gruppi di attivisti e attiviste impegnati nella lotta per il cambiamento sociale. Un danno enorme, difficilmente calcolabile e che probabilmente non verrà riparato presto.</span></span></p>
<p><span><span>In uno dei suoi comunicati, il Collettivo A/I aveva scritto: “Ora mollate il pc, uscite, lottate, abbracciatevi e non perdete il sorriso. Perché noi ci fermiamo. Ma la resistenza e le idee no. Restiamo umani.”.</span></span></p>
<p><span><span>E il 25 settembre a Firenze e a Roma alcune centinaia di persone hanno auto-organizzato due iniziative in solidarietà e sostegno ad A/I. A Firenze quella che doveva essere una manifestazione statica si è trasformata in un corteo che dall’Ambasciata statunitense è arrivato davanti alla Prefettura.</span></span></p>
<p><span><span>Anche se si è trattato di iniziative non certo oceaniche il segnale è stato chiaro: l’attivismo digitale non basta ed è necessario uscire dalle “bolle” nelle quali sono confinate anche le posizioni più radicali. In questo momento si stanno organizzando altri momenti pubblici allo scopo di continuare a mantenere alta l’attenzione su questa vicenda.</span></span></p>
<p><span><span>Dopo lo scioglimento del Collettivo A/I, anche la collegata “Associazione AI ODV” ha iniziato la procedura per la sua chiusura, un percorso reso più complicato dalla decisione di “Banca Etica” di bloccarne il conto corrente. Il primo appuntamento è fissato per il 22 ottobre prossimo, quando a Pisa inizierà la discussione sul ricorso urgente presentato per chiedere la riattivazione del conto dell’Associazione. Come già scritto, ma è necessario sottolinearlo, il comportamento dell’Istituto bancario ha costretto chi gestiva AI ODV in una situazione paradossale. Per sciogliersi, l’Associazione deve devolvere il suo patrimonio a un altro ente senza scopo di lucro, cosa che non è possibile fare stante il blocco del conto.</span></span></p>
<p><span><span>Paradossi burocratici a parte, sempre restando nel campo istituzionale, le numerose interpellanze e interrogazioni presentate sia al Parlamento italiano che a quello europeo sono, per il momento, ancora in attesa e, se non sono prevedibili i tempi, è più facile prevedere che le risposte non saranno che aria fritta, visto che i problemi che il caso di A/I ha sollevato sono molto, ma molto più grandi di un piccolo collettivo. Si tratta infatti di mettere in discussione il potere di alcuni stati di gestire in modo privato la rete Internet e di avere il quasi completo monopolio di alcuni dei principali canali di funzionamento delle transazioni finanziarie mondiali. Due argomenti che saranno ritenuti in questo momento storico di secondaria importanza, tenuto conto dello scenario attuale, tra guerre in corso e immaginate, problemi di approvvigionamento energetico e crisi economiche.</span></span></p>
<p><span><span>Sempre in questo campo va segnalata la supplica presentata il primo ottobre da Banca Etica e firmata da altre 14 associazioni alla Commissione Europea e al Governo italiano, anche a sostegno di alcune delle interrogazioni presentate da alcuni parlamentari.</span></span></p>
<p><span><span>Va anche segnalato l’intervento di un solito noto (a volte ritornano) che ha proposto di “costruire un’alleanza tra “democratici e ribelli”, dove tutti stanno alla pari. Chi fa una banca e chi è accusato di essere, come capita a noi di Mediterranea, una “minaccia alla sicurezza nazionale”. O coloro che sono accusati di essere “terroristi globali” come Autistici/Inventati.” Un personaggio che non ha perso le cattive abitudini visto che ha provato a mettere il suo berretto persino sulle due iniziative citate più sopra: “E già questo percorso di lotta e iniziativa politica che comincia oggi con gli appuntamenti di Roma e Firenze, indica uno spazio sociale e politico sul quale dispiegare le nostre pratiche. Quello europeo.”. Bene, adesso che “abbiamo la linea” possiamo dormire tutti sonni più tranquilli.</span></span></p>
<p><span><span>Tra i più recenti interventi pubblicati sul caso A/I spicca sicuramente quello della Presidentessa e CEO della “Internet Society” che ha preso le difese del “PIR”, il Registro che ha chiuso il dominio autistici.org, in quanto ha obbedito alla legge ma ha poi ribadito la difesa di “una crittografia forte e comunicazioni private sicure.” Di “politiche che proteggano l’architettura aperta di Internet” e delle “comunità che lavorano per espandere la connettività resiliente.”. In altre parole il lavoro che faceva A/I.</span></span></p>
<p><span><span>Illusioni democratiche a parte, chi è interessato davvero a un cambiamento sociale dovrà, come sempre, fare affidamento sulle sue forze e sul metodo basato sull’autogestione e sull’azione diretta senza deleghe.</span></span></p>
<p><span><span>Una strada sicuramente più difficile da percorrere.</span></span></p>
<p><span><span>Per chi non conosce l’inglese, nell’immagine, che a mio parere è tra i meme di solidarietà migliori che sono stati pubblicati sulla vicenda di A/I, c’è scritto: “Sta bruciando l’Amazzonia sbagliata. Si sta sciogliendo il ghiaccio sbagliato. L’AI sbagliata è stata designata come terrorismo.” I riferimenti sono chiaramente al noto sito di e-commerce, alla famigerata milizia anti-immigrati e all’Intelligenza Artificiale. È stato fatto da “CrimethInc”. In fondo l’indirizzo del sito sul quale reperire maggiori informazioni e aggiornamenti sulla storia di A/I.</span></span></p>
<p><strong><span><span>Pepsy</span></span></strong></p>
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<h4>&#013; Milano viale Monza. 50 anni di vita della sede </h4>
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<p><em>Source: <a href="https://umanitanova.org/un-mese-allinferno-autistici-inventati/" target="_blank" rel="noopener">umanitanova</a></em></p>
<p>L’article <a href="https://revlibertaire.unionlibertaireanarchiste.org/2026/10/07/un-mese-allinferno-autistici-inventati/">Un mese all’inferno. Autistici/Inventati</a> est apparu en premier sur <a href="https://revlibertaire.unionlibertaireanarchiste.org">RévLibertaire</a>.</p>
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		<title>Noi restiamo là. Pinelli: un omicidio di stato</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 16:00:00 +0000</pubDate>
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<div>&#013; <span>Mi piacerebbe sapere cosa dirà il 18 novembre prossimo al Politeama di Genova Mario Calabresi sul tema ‘Terrore e diritti – Anni Settanta’ in compagnia di Benedetta Tobagi, Sara Poma e Marco Damilano. Ma dato che non abito a Genova e non ho alcuna intenzione di pagare il biglietto per entrare mi dovrò accontentare dei resoconti del Secolo XIX.</span></p>
<p> <span>Quello che so è quello che è emerso nella recente polemica sorta dalle sue dichiarazioni nei confronti di Adriano Sofri, fatte nel corso della trasmissione televisiva ‘La confessione’ condotta da Peter Gomez.</span></p>
<p><span>Durante la trasmissione, Calabresi aveva detto “Non ci siamo mai parlati con Adriano Sofri, ma prima della fine della sua vita sarebbe bello e prezioso verso di noi se, anziché barricarsi come ha fatto per tanto tempo dietro a mille distinguo, dicesse una parola di verità”, cioè in poche parole rendesse non solo confessione piena dell’omicidio che a suo tempo gli venne accollato, quello del padre, avvenuto a Milano il 17 maggio 1972, ma magari raccontasse un qualcosa di più utile a seppellire definitivamente la memoria di quegli anni, ridotti ad un ammasso di sangue.</span></p>
<p><span>Ovviamente non si è fatta attendere la replica dell’ex-leader di Lotta Continua, condannato in via definitiva a 22 anni di carcere come mandante dell’assassinio (pena interamente scontata e conclusa nel 2012). Attraverso una lettera aperta, Sofri ha respinto con decisione la sollecitazione di Calabresi, ribadendo perentoriamente la propria estraneità ai fatti: “Io dico che sono innocente, e che il tormentato itinerario giudiziario che abbiamo attraversato è stato dolosamente ingiusto.” Nel contempo Sofri afferma di avere più volte espresso direttamente a Gemma Capra, la vedova del commissario, “dispiacere per i modi dell’accanita campagna di Lotta Continua contro Luigi Calabresi, assumendomene la responsabilità piena (…). Io ero dalla parte di Pino Pinelli, e sono rimasto là.”</span></p>
<p><span>Non ho, confesso, simpatia per molte posizioni espresse attualmente da Sofri – e nemmeno della riduzione del suo giornale di allora a propagatore d’astio piuttosto che di stimolatore di verità, considerando che solo la virulenta campagna condotta dalle colonne di LC costrinse Calabresi a denunciarne il direttore, Pio Baldelli, e a sostenere un processo che gli si rivolse contro almeno fino all’opportunistica sospensione – ma debbo riconoscergli una coerenza di fondo, espressa in articoli, saggi, libri, riguardo la vicenda dell’assassinio del nostro compagno Giuseppe Pinelli. In effetti Adriano è “rimasto là”, così come ci siamo rimasti noi nel continuare a denunciare questo omicidio di Stato, avvenuto nella stanza al quarto piano della Questura di Milano, alla presenza di uomini dell’Ufficio politico capitanati dal commissario Luigi Calabresi e da quelli dell’Ufficio Affari Riservati diretti da Federico Umberto D’Amato nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969. Il giudice D’Ambrosio con la sua ordinanza – con la quale nel 1975 derubricò la causa della morte di Pino ad un malore che lo avrebbe spinto incredibilmente al di là della balaustra della finestra – escluse la presenza del commissario da quella stanza dimenticandosi di interrogare l’unico testimone civile (cioè non appartenente a polizia, CC, ecc.) presente nel corridoio, quel Pasquale Valitutti che ha sempre negato di aver visto uscire il commissario da quella stanza. Ma non solo, un bel libro denuncia, scritto qualche anno fa, da Gabriele Fuga ed Enrico Maltini (edito da Zero in Condotta e poi riproposto, ampliato, da Colibrì) ha messo in luce un fatto di cui nessuno ha mai parlato, né dentro né fuori la Questura: la presenza di uomini dei servizi venuti appositamente da Roma per condurre le indagini nella direzione voluta, la criminalizzazione degli anarchici e, conseguentemente, l’avvio della svolta autoritaria contro il movimento di contestazione giovanile e operaia. E anche di questo nessuno, né dentro né fuori il Tribunale, se n’è mai fatto carico.</span></p>
<p><span>Sarebbe interessante se nell’incontro al Politeama di Genova venissero delle parole di verità ‘vera’; sul palco ci sono giornalist* di fama e di spessore, studios* del periodo, vorranno andare a fondo delle cose o rimarranno a coltivare il loro orticello di ‘buoni’ sentimenti fasulli?</span></p>
<p><span>Mario Calabresi ha già scelto da che parte stare (non avevo dubbi): la memoria condivisa di quegli anni deve passare dalla manipolazione, quando non dall’oblio, dei fatti, dall’abiura e dalla dissociazione, mai dal riconoscimento delle responsabilità e delle conseguenze di un sistema basato sull’oppressione e sullo sfruttamento. E allora io resto là.</span></p>
<p><strong><span>Massimo Varengo</span></strong></p>
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<h4>&#013; Fermiamo la propaganda di guerra, inceppiamo la macchina bellica, disertiamo gli eserciti </h4>
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<h4>&#013; Terzo Congresso CIT </h4>
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<h4>&#013; Milano viale Monza. 50 anni di vita della sede </h4>
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<p><em>Source: <a href="https://umanitanova.org/noi-restiamo-la-pinelli-un-omicidio-di-stato/" target="_blank" rel="noopener">umanitanova</a></em></p>
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		<title>Bilancio n. 28</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 15:05:37 +0000</pubDate>
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<h4>&#013; Bilancio n. 22/2026 </h4>
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<p>&#013; <a href="https://umanitanova.org/bilancio-n-21-2026/">&#013; </p>
<h4>&#013; Bilancio n. 21-2026 </h4>
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<p><em>Source: <a href="https://umanitanova.org/bilancio-n-28-2/" target="_blank" rel="noopener">umanitanova</a></em></p>
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		<title>A volte ritornano. Opporsi alla ripresa del nucleare</title>
		<link>https://revlibertaire.unionlibertaireanarchiste.org/2026/10/07/a-volte-ritornano-opporsi-alla-ripresa-del-nucleare/</link>
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		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 12:00:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; &#013; In questo mondo di ladri e ciarlatani, i governanti italiani non possono permettersi il lusso di non essere alti rappresentanti, nella prima categoria, ma anche della seconda! Così, come nei più famosi film dell’orrore, quelli che sembravano definitivamente sepolti da anni, escono dalle loro tombe [&#8230;]</p>
<p>L’article <a href="https://revlibertaire.unionlibertaireanarchiste.org/2026/10/07/a-volte-ritornano-opporsi-alla-ripresa-del-nucleare/">A volte ritornano. Opporsi alla ripresa del nucleare</a> est apparu en premier sur <a href="https://revlibertaire.unionlibertaireanarchiste.org">RévLibertaire</a>.</p>
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<div>&#013; <span><span>In questo mondo di ladri e ciarlatani, i governanti italiani non possono permettersi il lusso di non essere alti rappresentanti, nella prima categoria, ma anche della seconda! Così, come nei più famosi film dell’orrore, quelli che sembravano definitivamente sepolti da anni, escono dalle loro tombe con un nuovo vestito, ma con l’inconfondibile nefasto lezzo di sempre. Escono dalla tomba idee fasciste di patria e razza, e, per non sbagliarsi, riaffiorano anche tecnologie bocciate da 40 anni per mezzo di ben 2 referendum. Parlo del nucleare.</span></span></p>
<p> <span><span>I ciarlatani parlano di crisi energetica, del petrolio che non abbiamo, per cui dobbiamo assolutamente stringere accordi con governi a dir poco criminali; parlano del gas da comprare a tutti costi, di terre rare e poi – ciliegina sulla torta – della recente guerra innescata da Stati Uniti e Israele con l’attacco all’Iran e il conseguente blocco dello stretto di Hormuz. In questo contesto, caratterizzato dalla retorica di giornalisti prezzolati e di politici, si ritira fuori il nucleare. </span></span></p>
<p><span><span>Queste chiacchiere nascondono una realtà ancora peggiore. Prima di tutto chiariamo che la politica energetica in Italia, ma anche le scelte politiche dei governanti italici e il posizionamento delle truppe italiane nei vari paesi del mondo, è dominata dagli interessi finanziari dell’ENI, la multinazionale nostrana, la compagnia energetica integrata in decine di paesi, che abbraccia tutti i settori, compreso quello della transizione energetica, della ricerca chimica e dello sviluppo di tecnologie innovative. Il governo italiano non fa nessuna scelta senza il suo beneplacito, in particolar modo oggi che la geografia mondiale sta cambiando radicalmente, e che le guerre sono solo l’aspetto più tremendo e spettacolare dello sfruttamento dei territori e non solo.</span></span></p>
<p><span><span>A questo va aggiunto che il boom dell’intelligenza artificiale, in tutti i campi, compreso quello militare, richiede molta energia. Si pensi che, secondo quanto indicano le proiezioni, entro la fine del decennio i data center per L’IA arriveranno ad assorbire circa 945 terawattora all’anno, una cifra che eguaglia l’intero fabbisogno energetico di una nazione fortemente industrializzata, come il Giappone.</span></span></p>
<p><span><span>In Italia le attuali forniture energetiche sono oggi appena sufficienti al fabbisogno nazionale.</span></span></p>
<p><span><span>Dovendo necessariamente limitare le emissioni di anidride carbonica dunque si deve eliminare o almeno diminuire l’uso di combustibile fossile, e in maniera folle ci si è rivolti al nucleare.</span></span></p>
<p><span><span>Questa scelta nasce da una parte dall’immenso spreco energetico in atto, imposto da questo sistema capitalista, dall’altro dal limite dettato inevitabilmente dalla strategia politica adottata anche per le rinnovabili, quella di non utilizzare le case e gli edifici esistenti, ma, per mantenere il monopolio e la proprietà dell’energia, si preferisce installare immensi campi eolici e fotovoltaici, finanziati per altro anche da chi propone il nucleare, perché il business deve essere in tutti i settori.</span></span></p>
<p><span><span><b>Ancora tu…ma non dovevamo vederci più?</b> </span></span></p>
<p><span><span>Il Parlamento il 23 settembre 2026 ha approvato la legge delega al Governo in materia di energia nucleare. Tutto questo anche se c’erano già stati ben 2 referendum che avevano detto no al nucleare. </span></span></p>
<p><span><span>Quando in tempi non sospetti noi anarchici sostenevamo che il referendum non era la panacea di tutti i mali, che dietro questo strumento, apparentemente di democrazia diretta, si poteva effettuare una truffa, indubbiamente avevamo ragione! Vediamo perché.</span></span></p>
<p><span><span>Una delle cose fondamentali della Costituzione era, ed è,</span></span><span><span> la s</span></span><span><span>ovranità del Parlamento; s</span></span><span><span>econdo il principio della democrazia parlamentare, il Parlamento mantiene il potere di legiferare su qualsiasi materia non vietata dalla Costituzione, approvando nuove norme e cornici di regole (come le recenti leggi delega sulla fissione sostenibile).</span></span></p>
<p><span><span>I referendum sul nucleare, in entrambe le occasioni, erano </span></span><span><span>referendum abrogativi, </span></span><span><span>regolati dall’Articolo 75 della Costituzione italiana. D’altronde in Italia i referendum possono essere solo abrogativi – qui sta l’inganno! – sono cioè uno strumento che permette ai cittadini solo di cancellare leggi esistenti, non di scriverne di nuove o di inserire divieti assoluti in Costituzione.</span></span></p>
<p><span><span><b>I tre quesiti del 1987 </b></span></span></p>
<p><span><span>Nel Referendum del 1987 nessuno dei quesiti chiedeva esplicitamente “Volete vietare il nucleare?”</span></span></p>
<p><span><span>I cittadini furono chiamati a cancellare i meccanismi normativi che ne facilitavano lo sviluppo.</span></span></p>
<p><span><span>Il primo quesito, relativo alla localizzazione, abrogò la norma che permetteva allo Stato (tramite il CIPE) di decidere dove costruire le centrali. Il secondo quesito, relativo ai contributi, abolì i compensi finanziari previsti per i Comuni e le Regioni che accettavano di ospitare centrali o impianti nucleari sul proprio territorio. Il terzo quesito, relativo all’estero, vietò all’ENEL di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e gestione di centrali nucleari fuori dall’Italia. </span></span></p>
<p><span><span>Ovviamente chi era andato a votare, intendeva semplicemente dire se era o no favorevole al nucleare, ed effettivamente in un primo momento il referendum funzionò, con un effetto immediato: la chiusura delle centrali allora attive e il blocco del programma energetico nazionale.</span></span></p>
<p><span><span>Ma questo cadavere riemerse dalla terra in cui era sepolto all’epoca del quarto governo Berlusconi, che inserì nuove norme nel 2008 e nel 2009. </span></span></p>
<p><span><span>Così, per fermare il morto vivente, nel 2011 si ricorse ad un nuovo referendum. Il quesito del 2011 cercò di essere più specifico, andò a colpire direttamente la nuova strategia, chiese</span></span><b> </b><span><span>e ottenne l’abrogazione delle nuove disposizioni che permettevano la localizzazione, la progettazione e la costruzione di nuovi impianti per la produzione di energia elettrica nucleare sul territorio nazionale.</span></span></p>
<p><span><span>Sembrava la volta buona! Ma la terra sotto il cadavere è ora di nuovo in movimento, alla faccia di chi va, in buona fede, a votare ai referendum. Così lo zombie nucleare ritorna… una storia infinita! </span></span></p>
<p><span><span>Parafrasando Battisti potremmo dire: “ma non dovevamo vederci più?”</span></span></p>
<p><span><span>In realtà i referendum del 1987 e del 2011 hanno esaurito i loro effetti nel momento stesso in cui hanno cancellato i testi di legge a cui si riferivano, ma non costituiscono un vincolo perpetuo.</span></span></p>
<p><span><span>Un referendum abrogativo elimina un testo di legge specifico, lasciando un “vuoto” che i governi successivi non possono colmare subito riproponendo la </span></span><span><span>stessa identica norma</span></span><span><span> (il che violerebbe la volontà popolare nel breve termine) ma che può essere ridiscusso anni dopo.</span></span></p>
<p><span><span>Certamente non c’è ancora n</span></span><span><span>essuna autorizzazione immediata,</span></span><span><span> il testo non autorizza la costruzione di nuovi impianti nucleari, ma conferisce al </span></span><span><span>governo la delega per fare ciò. </span></span></p>
<p><span><span>L’esecutivo ha tempo un anno per scrivere i decreti attuativi e definire una disciplina organica sull’intero ciclo di vita dell’energia nucleare. Secondo il governo il ritorno dell’energia atomica sarà nella prima metà degli anni 2030, cosa peraltro impossibile.</span></span></p>
<p><span><span>Ovviamente non avremmo nulla da eccepire se la tecnologia scoprisse nuove fonti di energia pulita a basso costo, ma al di là delle menzogne dei ciarlatani, la scienza in questi anni non ha sviluppato né centrali nucleari a fusione, né sa come risolvere l’annoso problema delle micidiali scorie radioattive, né tanto meno ha dato sicurezza in caso di incidente nucleare. Insomma, il nucleare è tutto tranne che pulito!</span></span></p>
<p><span><span>Per riesumare il morto, anche se è in via di putrefazione, niente viene detto sul fatto che al momento non c’è soluzione al problema delle </span></span><span><span>scorie radioattive, scorie che, non dimentichiamolo, hanno una durata di pericolosità che può durare fino a centinaia di migliaia di anni! </span></span></p>
<p><span><span>E così si sorvola sulla</span></span><span><span> sicurezza. </span></span></p>
<p><span><span><b>Tutte le centrali nucleari attualmente sono a fissione</b></span></span></p>
<p><span><span>Allo stato attuale delle conoscenze, senza eccezione alcuna, tutte le centrali nucleari sono a fissione.</span></span></p>
<p><span><span>E quindi, siano di nuova o di vecchia generazione, tutte producono micidiali scorie radioattive! </span></span></p>
<p><span><span>Ma ecco che altri morti tornano, bussano alla porta, e questa volta sono concreti. </span></span></p>
<p><span><span>Circa il 99% del combustibile esaurito e delle scorie radioattive prodotte dalle vecchie centrali nucleari italiane si trova attualmente stoccato all’estero, in particolare in Francia e nel Regno Unito. Queste scorie devono tornare,</span></span><span><span> ma il governo italiano, non sapendo minimamente dove metterle in sicurezza, ha prorogato l’accordo con la Francia per mantenere le scorie nei depositi d’oltralpe </span></span><span><span>fino al 2040</span></span><span><span> (con un rinvio di circa 15 anni rispetto alla scadenza iniziale fissata per il 2025). Questi rifiuti andranno ad aggiungersi agli </span></span><span><span> attuali </span></span><span><span>circa </span></span><span><span>33.766 metri cubi</span></span><span><span> di rifiuti radioattivi custoditi in depositi temporanei in attesa di essere trasferiti in luoghi più sicuri non ancora identificati. Veramente vogliamo produrre altre scorie?</span></span></p>
<p><span><span><b>La quarta generazione di nucleare non c’è</b></span></span></p>
<p><span><span>Il morto vivente riesumato viene proposto con un nuovo vestito, ma il vestito non è ancora stato fatto! </span></span><span><span>Sto parlando delle nuove centrali nucleari, p</span></span><span><span>iccoli reattori modulari</span></span><span><span>, al massimo da 300 MW, che dovrebbero essere costruiti e assemblati in fabbrica e poi trasportati sul sito pronti a entrare in funzione. Attualmente</span></span><span><span> i </span></span><span><span>primi e unici piccoli reattori modulari (</span></span><span><span>SMR</span></span><span><span>, </span></span><i><span><span>Small Modular Reactors</span></span></i><span><span>) realmente operativi nel mondo si trovano in </span></span><span><span>Russia</span></span><span><span> e in </span></span><span><span>Cina e sono in via sperimentale!</span></span></p>
<p><span><span>Propagandate come la manna caduta dal cielo, le SMR non esistono in nessun paese occidentale, perché la tecnologia è ancora in via di sviluppo commerciale.</span></span></p>
<p><span><span>I reattori modulari diventano possibili solo se si costruiscono i moduli in serie. I vantaggi economici della produzione in serie si ottengono solo se viene costruita una grande quantità di unità, un traguardo non garantito e dai costi iniziali molto alti.</span></span></p>
<p><span><span>Queste centrali sono più piccole e per ottenere la stessa energia delle altre bisogna costruirne molte di più, conseguentemente sono necessari più siti e avremo più scorie nucleari da smaltire. Aggiungiamo a questo che, nel malaugurato caso di un conflitto bellico (ovviamente, fatti i dovuti scongiuri! ma di questi tempi purtroppo non sarebbe impossibile), ogni centrale è un obiettivo strategico da colpire, conseguentemente il territorio va militarizzato anche per organizzare un eventuale evacuazione in caso di incidenti.</span></span></p>
<p><span><span>Sappiamo bene che gli speculatori cercheranno di iniziare i lavori il prima possibile; intorno al nucleare girano interessi ingenti, economici e militari. Sappiamo che se lo riterranno necessario potranno accelerare anche il percorso, anche se non certamente nei tempi annunciati dal governo, che l’ha sparata alta!</span></span></p>
<p><span><span>Il nucleare civile è anche estremamente legato al nucleare bellico, che oggi è addirittura auspicato come elemento di deterrenza militare, e certamente questa riproposizione del nucleare è figlia diretta del clima bellico e prebellico che si respira. </span></span></p>
<p><span><span>Nucleare fa rima con militare. I programmi militari traggono vantaggio dagli immensi investimenti economici statali destinati all’energia civile e viceversa, anche perché il combustibile per le centrali e il materiale fissile per le bombe (uranio – 235 o plutonio) derivano dallo stesso processo iniziale di separazione e arricchimento delle bombe. Alcuni reattori civili servono anche a produrre elementi chiave per gli arsenali atomici, come il tritio. Infine, non dimentichiamo che la ricerca scientifica, i tecnici specializzati, i laboratori e i reattori alimentano contemporaneamente sia il settore energetico sia quello della difesa e anche dell’attacco militare. </span></span></p>
<p><span><span>Insomma, la piazza ci attende prima dell’invasione dei morti. Per non essere anche noi zombie.</span></span></p>
<p><strong><span><span>Salvatore Corvaio</span></span></strong></p>
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<p><em>Source: <a href="https://umanitanova.org/a-volte-ritornano-opporsi-alla-ripresa-del-nucleare/" target="_blank" rel="noopener">umanitanova</a></em></p>
<p>L’article <a href="https://revlibertaire.unionlibertaireanarchiste.org/2026/10/07/a-volte-ritornano-opporsi-alla-ripresa-del-nucleare/">A volte ritornano. Opporsi alla ripresa del nucleare</a> est apparu en premier sur <a href="https://revlibertaire.unionlibertaireanarchiste.org">RévLibertaire</a>.</p>
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